9 gennaio 2017

Un paio di ricordi di Bruno Zevi

9 gennaio
Oggi è l’anniversario della morte di Bruno Zevi (link a wikipedia), una delle menti illuminate e illuminanti della nostra epoca.

Un uomo di carattere, a tratti scontroso, polemico, con un piglio ribelle e anticonformista, un severo critico dell’architettura. Un genio nel suo insegnamento, mai banale e mai allineato. Un faro illuminante per noi giovani (all’epoca) architetti. Dirigeva una rivista, l’Architettura - Cronache e Storia, che nel panorama dell’editoria nel suo campo rappresentava la voce fuori dal coro, senza ossequi verso le archistar o i progetti di moda che facevano vendere più copie alle altre riviste, pronta a scoprire architetture di contenuto, senza fronzoli e senza ammiccare alle mode passeggere.

Io ho avuto modo e piacere di incrociarlo in un paio di occasioni, di cui conservo il piacevole ricordo.
liberta.jpgLa prima volta mentre lavoravo al plastico del progetto di suo figlio, l'architetto Luca Zevi, per Piazza della Libertà ad Avellino.
N.B. Per i più giovani: una volta, prima dell’avvento dei rendering, l’unico modo per vedere un progetto in 3 dimensioni erano i plastici, o modelli architettonici, nelle varie scale a seconda delle necessità.

Fu un incontro molto divertente: il padre, grande critico di architettura, che bacchettava il figlio e ne criticava il progetto, parlando del diavolo che fa le pentole ma non i coperchi (il progetto prevedeva un parcheggio multipiano interrato con la sistemazione della piazza - il “coperchio” - soprastante). A me sembrava un bel progetto, il cui disegno citava un dipinto di Giacomo Balla, ma lungi da me mettere bocca...

Il secondo incontro con il grande Zevi l’ho avuto via fax. Sempre per i più giovani: nel 1998 il fax era un mezzo di comunicazione che si utilizzava spesso, prima dell’avvento di internet con le sue email.

Avevo mandato un fax di apprezzamento per il lavoro di Zevi e della sua squadra alla rivista L’Architettura, in particolare dopo un suo intervento su una delle architetture più brutte al mondo, immotivatamente idolatrata e scopiazzata da americani e tanti altri, quasi rappresentasse l’architettura in una città come Roma che ne ha fatto la storia per ben altre opere. Parlo di quella specie di gigantesca macchina da scrivere che si chiama Altare della Patria, e che della patria forse l’unica cosa che rappresenta bene è l’inutile e ipocrita sfarzo dei nostri peggiori uomini politici…

Nel mio fax avevo scritto:

"SIETE GRANDI!!!!
Grande Zevi per il discorso al Convegno di Modena...
Grandi per l'attacco alla Facoltà di Architettura di Roma...
Grandi per l'attacco al monumento di Piazza Venezia...
Tutte battaglie sacrosante...
Io nel mio piccolo combatto con voi...
Grazie perché siete l'unico spiraglio di luce in questa triste e provinciale cultura italiana (ma soprattutto romana)..."

Non mi sarei mai aspettato una risposta, e invece mi arrivò, scritta da Zevi stesso, e ancora la conservo per ricordarmi che l’Architettura non è solo quella modaiola e priva di significato, seppure osannata, che troppe volte si vede in giro. Diceva:

"E lei è grande.
Perché sa riconoscere la grandezza, e soprattutto la sofferta aspirazione alla grandezza.
Noi combattiamo 18 ore al giorno/notte, non mai pensando a Veltroni o a Rutelli, ma immaginando persone come lei, vere, autentiche, capaci di sdegno e di entusiasmo.
Noi ci siamo perché c'è lei, sconosciuto ma fraterno amico. E grazie.
Bruno Zevi"


Leggete qualche suo pensiero.Ne riporto qualche frase, già scritta in altri post, tratta dai suoi scritti.

"Il percorso del secolo si conclude in modo inaspettato, splendido. Eravamo un'infima minoranza di individui isolati. Oggi guidiamo la maggioranza vincente. Quando Frank Gehry è scelto per costruire il Guggenheim di Bilbao, quando Daniel Libeskind vince il concorso indetto dal Victoria & Albert Museum con un progetto strabiliante, non abbiamo più il diritto di recitare la parte degli sconfitti e dei rassegnati. Le vittorie di Hecker, Koolhas, Eisenman e altri non riguardano solo gli autori dei progetti, ma le giurie, i committenti, l'opinione pubblica che approva verdetti una volta giudicati scandalosi. Ormai non ci sono alibi: se in Italia questo non avviene, è perché gli architetti non ci sanno fare."

"The run of the century ends in a splendid, unexpected way. We were a lowest minority of isolated individuals. Today we conduct the winning majority. When Frank Gehry is selected for building the Guggenheim of Bilbao, when Daniel Libeskind wins the contest for the Victoria & Albert Museum with an amazing plan, we cannot act the part of the defeated and resigned. The victories of Hecker, Koolhas, Eisenman and others don't concern only the authors of the plans, but the juries, the buyers, the public opinion that approves verdicts once judged scandalous. By now there is not alibi: if in Italy this doesn't happen, it is because the architects are not able to do it."

"Meno un architetto sa disegnare, tanto meglio è. L'abilità nella rappresentazione dell'architettura è dannosa. L'architettura va posseduta, sperimentata, amata alla follia, non rappresentata."

"Less an architect is able to design, better he is. The ability in the representation of the architecture is harmful. The architecture is to be possessed, experimented, insanely beloved, not represented."

"L'invenzione della prospettiva è stata disastrosamente deleteria. L'impegno degli architetti si è spostato dall'architettura alla sua rappresentazione, ... Una miriade incalcolabile di virtualmente ottimi architetti ha così intrapreso altre vie, perché 'non sapeva disegnare'. E una folla di deficienti bestioni svolge la professione in modo pessimo, balordo, perché 'sa disegnare'. Non è la mano dell'architetto che ha utilizzato le leggi prospettiche, ma, al contrario, è la prospettiva che ha comandato la mano." (L'Architettura, marzo 1999)

"The invention of perspective has been disastrously deleterious. The engagement of architects has moved from the architecture to his representation,... An incalculable myriad of virtually excellent architects have undertaken other ways, because 'he was not able to design'. A crowd of deficient animals develops the profession in a very bad way, foolish, because 'he is good in design'. It is not the hand of the architect that has used the perspective laws, but, on the contrary, the perspective has commanded the hand." (L'Architettura, marzo 1999)

"Abbasso gli architetti! Viva l'architettura, che non può essere prodotta creativamente da anime e cervelli appiattiti come quelli laureati nelle nostre università."

"Down with architects! Hurray for the architecture, that could not be creativement caused from souls and brains flattened like those graduates in our universities."

"Il computer spazza via righe a T, squadre, compassi, tecnigrafi, tavoli da disegno. Rende anacronistici e inconcepibili gli angoli retti, le linee parallele, i volumi chiusi, gli spazi statici. Produce architettura senza rappresentarla, plasmandola in cantiere, manipolandola nel suo farsi. Libera da una colossale quantità di tabù, dalla proporzione, dall'equilibrio e dal bilanciamento, dal ritmo, dall'armonia, dalle ossessive ripetizioni, da ogni forma di omologazione e di appiattimento."

"The computer chases away T lines, squares, compasses, design tables. It makes straight angles, parallel lines, closed volumes, static spaces anachronistic and inconceivable. It produces architecture without representing it, moulds it in building yards, manipulates it while it grows. Free from a colossal quantity of taboos, from proportion, from equilibrium and from balancing, from rhythm, from harmony, from obsessive repetitions, from each form of homologation and leveling."

15 ottobre 2016

Il design è morto, Viva il design (autoprodotto)

Attraversiamo un periodo di forti cambiamenti, qualcuno lo chiama ancora 'periodo di crisi', ma quasi tutti abbiamo ormai capito che il termine crisi è solo un bluff dietro cui si nascondeva (e si nasconde) ben altro… ma non è di questo che parliamo, almeno non per polemica.

La buona notizia è che qui nasce il design autoprodotto: le grandi aziende e i grandi brand del design si dedicano ormai solo al trito e ritrito marketing dei propri tristi prodotti e non adottano più nuove idee perché non investono più su sconosciuti talenti, perdendo così profitti e terreno commerciale.

L'oceano web permette di far navigare idee, condividere la fantasia, e il design non è più appannaggio dei soliti pochi nomi universalmente noti... Nasce il design autorodotto, condiviso, social, politicamente corretto e democratico….. Artisti e designer talentuosi si fanno spazio registrando da soli i modelli dei loro oggetti e realizzandoli in proprio o grazie all'impegno di piccole imprese artigianali.


mensola buk

20 giugno 2016

5 libri di architettura da non perdere (e non solo per architetti)

Ognuno di noi ha dei propri capisaldi formativi, riguardo la propria vita e la propria professione. Questi che presento di seguito sono i testi che, tra i molti che ho letto, amo di più e ritengo non possano mancare nella biblioteca di un architetto, ma anche di qualunque persona ami l’arte o voglia semplicemente capire cosa c’è dietro il lavoro e il pensiero di grandi maestri.

Daniel Libeskind - Breaking ground. Un'avventura tra architettura e vita
Su Libeskind e sulla mia ammirazione per lui ho già scritto qui, ne ho riportato alcune frasi qui, e ho messo le foto del suo ampliamento del museo ebraico di Berlino qui.

In questo libro, una sorta di bellissima autobiografia di un periodo importante della sua vita, racconta la sua storia e la storia di alcuni dei suoi progetti più importanti: dal World Trade Center all’ampliamento del Museo Ebraico di Berlino.

"Come nascono i miei progetti? E' una domanda che mi fanno spesso e non so mai esattamente come rispondere perché il mio approccio è tutt’altro che ortodosso, io per primo non capisco sempre come funziona."

Ho deciso anche di condividere la bellissima intervista fatta da Vittorio Magnago Lampugnani pubblicata su Domus numero 731 di Ottobre 1991. Potete scaricarla da qui. Trovate anche la traduzione in inglese originale qui.

Link al libro su Amazon